10 appunti per l’alternativa. In basso è il luogo. Gli oppressi la parte. A sinistra la direzione.

  • Scritto da ACT!

Vogliamo cambiare le nostre vite, smettere di essere spettatori, unire i legami sociali frammentati da povertà e precarietà, riconquistare la democrazia e il senso dell’agire politico per renderli di nuovo uno strumento nelle mani di chi, come noi, vuole e ha bisogno di un’alternativa concreta.

Non vogliamo ricostruire la sinistra; non ci interessa unire una parte politica ricomponendo frammenti. Vogliamo invece organizzare una parte di società, forse ancor più frammentata. Quella parte sempre più vasta, sempre più povera, sempre più oppressa e sfruttata, che subisce gli effetti della lotta di classe dall'alto. Una parte di società sicuramente non facile da organizzare, priva di un’identità pronta alla ricomposizione e magari poco disponibile a rifiutare lo scontro tra ultimi e penultimi. Una parte piena di contraddizioni, disillusa, spesso arrabbiata, a volte rassegnata, che cerca costantemente qualcuno a cui delegare la propria indignazione, ma che al tempo stesso non è disposta a fidarsi di nessuno. Una parte sempre meno avvezza alla partecipazione, sempre più distante dalla politica e di cui spesso la politica stessa si dimentica. È la parte in cui siamo anche noi e quelli che, come noi, alla vita politica vorrebbero partecipare, ma che spesso sono privi di luoghi, di strumenti, a volte persino di parole. Una enorme parte di società: un intero popolo orfano di politica, identità, speranza.
Per diventare il punto di riferimento di una parte serve anzitutto fare scelte di parte, senza ambiguità. Serve organizzarsi dal basso con chi in basso vive, non per elevare alcuni sopra gli altri, ma per costruire un’alternativa di società, un altro mondo, possibile e ormai necessario. 

Questi appunti non sono rivolti tanto a chi, costantemente o a cicli alterni, discute di come costruire “la sinistra”, ma soprattutto a chi, nonostante tutto, non ha mai smesso di considerare la politica uno strumento collettivo che davvero può incidere sulle ingiustizie e  cambiare le vite di tutti e di ciascuno. Ci rivolgiamo a chi ci ha creduto e ormai non ci crede più, a chi ci spera ancora nonostante tutto, a chi ci prova ma si sente solo, a chi sente la responsabilità di doverci provare ancora ma non sa da dove cominciare.

È un contributo alla discussione che vorremmo aprire con tante e tanti, da nord a sud, e che porteremo in tutte le sedi di discussione pubblica utili, dovunque ci sia possibilità e volontà di costruire uno spazio nuovo e alternativo al neoliberismo. Non chiediamo di sottoscriverlo, ma di leggerlo e diffonderlo, di interloquire, alimentando il confronto e moltiplicando le occasioni di discussione. Insomma il nostro è un invito  a partecipare, a provarci insieme.

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1. Le macerie

L’Italia è entrata nel suo settimo anno di recessione. Nel 2008 gli individui che vivevano sotto la soglia di povertà assoluta erano 2 milioni 893mila, nel 2013 più del doppio, 6 milioni 20mila. Dal 2008 al 2013 ci sono 1 milione di occupati in meno. Quattro presidenti del Consiglio si sono succeduti in questi sei anni: l’Italia ha sottoscritto e mantenuto tutti gli impegni e le condizioni concordate a livello europeo, ai cittadini italiani sono stati imposti sacrifici di ogni genere, l’istruzione, la sanità e il welfare in generale sono stati ridotti ai minimi storici, eppure i benefici promessi non sono arrivati, la luce in fondo al tunnel non c’è. Il tasso di disoccupazione è al 13,4%, la disoccupazione giovanile al 43,9%, il 35% dei lavoratori a tempo determinato percepisce un reddito inferiore alla soglia di povertà, il 47% dei disoccupati è povero o  a rischio povertà, il 10% più ricco detiene circa il 46% della ricchezza totale delle famiglie italiane. I dati non fanno altro che confermare la realtà di ogni giorno: le fabbriche continuano a chiudere, le aziende falliscono, la disoccupazione aumenta, i giovani emigrano, si ampliano le disuguaglianze. Nulla cambia, tutto peggiora.

2. I rottami

Le promesse del rottamatore continuano sistematicamente a non avverarsi, ma Renzi persevera nel rilanciare con promesse sempre nuove, in un folle bluff sulla pelle delle persone. Ogni giorno arrivano annunci su annunci, attacchi su attacchi, polemiche su polemiche, in un teatrino nel quale Renzi vuole interpretare tutte le parti in commedia: il rivoluzionario e il conservatore, il governo e l’opposizione, l’erede di Berlusconi e quello di Berlinguer. La macchina della campagna elettorale permanente del presidente del Consiglio sceglie di volta in volta l’avversario più comodo e delegittimato, dai vertici sindacali alla presunta sinistra del suo partito, ai media non ancora sufficientemente asserviti ai professoroni; tutto nella speranza di prendere tempo, in vista di una mitica ripresa economica che dovrebbe piovere dal cielo e salvarci.

 

3. Il teatro

Renzi aveva promesso di cambiare l'Europa in sei mesi. Del semestre italiano di presidenza europea, invece, non resterà alcuna traccia. Nelle misere cronache politiche in salsa italica l'Europa resta solo l’ennesimo teatro della politica-spettacolo, utile a conservare il consenso nascondendo la polvere sotto il tappeto, nell’evocazione di  uno scontro solo immaginario contro le tecnocrazie europee.

Renzi non si oppone all’austerity, ma l’austerity si oppone a Renzi: all’interno dei paletti concordati a livello europeo, neanche i pur timidissimi tentativi del governo di immettere un po’ di risorse nell’economia e avviare un processo di redistribuzione sono possibili. Se non saltano i vincoli del fiscal compact e, in generale, le politiche di austerity che restringono l’intervento pubblico nell’economia, nessun muramento è possibile, neanche il riformismo all’acqua di rose dell’attuale presidente del Consiglio. La tattica renziana di mercanteggiare con l'Europa, scambiando le “riforme strutturali” che l'élite finanziaria internazionale richiede (la precarizzazione totale del lavoro con il Jobs Act e la svendita di beni comuni e territorio con il decreto Sblocca Italia) con presunti allentamenti dei vincoli, sta miseramente fallendo. Di fatto, l'Italia, come il resto del Sud d'Europa, sta diventando sempre più un nuovo terreno di conquista per il neoliberismo più sfrenato, sotto il ricatto delle lobby finanziarie esattamente come l'America Latina sotto i “piani di aggiustamento strutturale” del FMI.
La resistenza a questo gigantesco tentativo di espropriazione è in atto nelle piazze come nelle urne, e il suo punto più avanzato a livello istituzionale è sicuramente la Grecia, le cui prossime elezioni politiche del 25 gennaio possono rappresentare un punto di svolta per tutto il continente, con la possibilità che, per la prima volta, una forza di opposizione e alternativa al neoliberismo vada al governo.
Il campo di lotta è quello europeo. Le élite europee e finanziarie stanno cercando con ogni mezzo di impedire che tale possibilità si realizzi in Grecia così come in Spagna. La sfida che riguarda tutti è semplice ed enorme: rompere lo schema della politica-spettacolo che ci vuole spettatori e non cittadini e aprire una nuova fase nella politica europea, non per "fare come Podemos" o "come Syriza", ma per lottare con Podemos e con Syriza per un'alternativa europea, contro i rancorosi rigurgiti nazionalisti e xenofobi, per riconquistare la democrazia come strumento di autodeterminazione, per la sovranità popolare – prima ancora che nazionale.

 

4. Serve l’opposizione sociale

Questo autunno è stato caratterizzato dalla ripresa dell'opposizione sociale: dai cortei studenteschi del 10 ottobre alla piazza della Cgil del 25 ottobre, dallo sciopero sociale del 14 novembre allo sciopero generale del 12 dicembre, dalle manifestazioni contro lo Sblocca Italia e le trivellazioni alla miriade di vertenze dell'Italia in crisi, è visibile la presenza di un dissenso diffuso nella società nei confronti delle politiche del governo. Si tratta di conflitti articolati e differenti, ma comunque capaci di mettere in palese difficoltà un governo che vive di promesse patinate e politiche opposte a quanto dichiarato, un governo che pare incapace di gestire la minima espressione di dissenso: la coperta è troppo corta.

Nei prossimi mesi ci saranno appuntamenti e occasioni di mobilitazione importanti: l’opposizione necessaria ai decreti attuativi del Jobs Act, la manifestazione europea di Francoforte in occasione dell’inaugurazione dell’Eurotower, l’inaugurazione dell’EXPO il primo maggio, il social forum mondiale a Tunisi.

Per Renzi la vita è una successione di scontri, di gufi e nemici cui addossare le colpe non solo della propria inadeguatezza, ma dell'intera sua gattopardesca proposta politica. Nonostante ciò #renziscappa sempre più spesso da ogni contestazione: Renzi ama lo scontro e la sua narrazione, ma teme il conflitto nella realtà.

Oggi più che mai non è pensabile una vera alternativa politica senza che il conflitto sociale, attraversando le strade, le scuole e i luoghi di lavoro delle grandi e piccole città sveli la vera natura di questo governo e modifichi in profondità il consenso attorno alle sue politiche, aprendo spazi per cambiamenti profondi nei rapporti di forza italiani ed europei. Allo stesso tempo non è più pensabile un conflitto sociale che non trovi nel quadro politico una forma di espressione vera, efficace, non strumentale, in un intreccio di convergenze con le lotte e vertenze aperte oggi in Italia, che ridefinisca i rapporti tra sociale e politico.

 

5. Serve l’alternativa politica

Il 25 ottobre, per la prima volta, centinaia di migliaia di lavoratori convocati dalla CGIL sono scesi in piazza contro un governo a guida PD. Poche settimane dopo, alle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria, nessuna proposta politica ha rappresentato in maniera convincente e diffusa quel dissenso. La distanza tra i cittadini e la politica non è mai stata così ampia. Nella società, la scissione tra il vertice del Partito Democratico e quel suo popolo che da sempre chiede cambiamento e giustizia è possibile, e in parte già avvenuta; ma ciò non vuol dire che qualcuno sia in grado di raccoglierne gli effetti. Tanti hanno evidenziato quanto possa essere ampio lo spazio politico ed elettorale alla sinistra del PD, ma la sua effettiva esistenza non è un dato geometrico: non sarà un semplice automatismo meccanico e di certo non può essere frutto di operazioni verticistiche interne al ceto politico.

Non si può costruire un soggetto politico organizzato senza la mobilitazione delle piazze, senza un conflitto sociale che risvegli le coscienze e riapra la sfida al governo sul piano del consenso. Allo stesso tempo c’è bisogno che il conflitto sia portato a tutti i livelli, fin dentro le istituzioni, fino a farsi forza di governo e di cambiamento, attraverso un soggetto politico che restituisca il potere ai cittadini.

Attendere le scadenze elettorali nella speranza che l’urgenza di oltrepassare uno sbarramento o l’inerzia della competizione risolvano da sole i problemi dell’unità e dell’alternativa significa non comprendere l’altezza della sfida che abbiamo di fronte.

Non basta la rappresentanza, se questa rappresentanza non esprime un soggetto che esiste e agisce anche prima e dopo le elezioni, non delegando tutto agli eletti ma costruendo davvero un nuovo modo di fare politica.

Se l'ambizione è quella della resistenza e dell'alternativa all'austerity e al neoliberismo, allora non abbiamo bisogno di una forza politica per eleggere qualcuno da qualche parte; abbiamo bisogno della forza politica di fermare l'attacco ai diritti dei più deboli e invertire la tendenza. Abbiamo bisogno di una forza politica e non di una debolezza politica, abbiamo bisogno di uno strumento efficace funzionale al cambiamento delle condizioni materiali delle nostre vite. Abbiamo bisogno di un'organizzazione collettiva che ci renda abbastanza forti da vincere la battaglia che dall'alto ci stanno facendo. Questa battaglia va condotta nelle piazze, sul territorio, nel parlamento e al governo, ed è per questo che serve che le donne e gli uomini che hanno voglia e bisogno di reagire abbiano forza politica a tutti questi livelli. Per questo serve che ci sia un soggetto politico di alternativa in grado di fare dell'Italia il perno di un'alleanza che faccia saltare i paletti dell'austerity e riscriva le politiche europee, riavviando le leve della spesa pubblica per creare lavoro nuovo, rispondere ai bisogni collettivi e rendere davvero esigibili i diritti fondamentali, costruendo un’opportunità di uscita dalla crisi sulla base di un nuovo modello di sviluppo, fondato sulla centralità della conoscenza e la giustizia ambientale.

Davanti a una sfida così grande non possiamo accettare di dover scegliere tra una sinistra senza senso e consenso, che sceglie di non lanciare sfide egemoniche per paura di perdere la propria identità e ambisce a malapena a superare lo sbarramento, oppure una sinistra che pur di superarlo sceglie di smettere di essere tale, perdendo la propria identità e il proprio senso in nome del consenso o del governo a tutti i costi. Diventare maggioranza non vuol dire diventare come la maggioranza. Serve una sinistra radicalmente alternativa e al contempo davvero maggioritaria.

 

6. L’alternativa dev’essere nuova

Se la frase "il jobs Act è la riforma più di sinistra di sempre" ci fa scappare una risata, non possiamo sottovalutare la mutazione del significato profondo delle parole, della trasformazione delle categorie politiche, del tanto veleno che riempie i pozzi e acceca lo sguardo.

Tanti non hanno mai conosciuto una sinistra di cui avere nostalgia; chi l'ha conosciuta ne ha il ricordo annebbiato. Serve una sinistra che provi a usare un po' meno la parola “sinistra” e piuttosto a fare un po' più cose di sinistra.

Se il sistema politico non rappresenta la società e ne anestetizza le spinte verso il cambiamento, questo sistema va rotto dall'ingresso dirompente di qualcosa mai visto prima. Dopo anni di fallimenti, sconfitte o vittorie trasformate in sconfitte non possiamo pensare sia possibile affidare le sorti della sinistra che non c’è a semplici operazioni di maquillage. Serve coinvolgere a partire non solo da chi fa politica in basso basso, ma da fuori, ovvero da chi oggi è escluso dalla partecipazione politica. Non basta unire ciò che è già organizzato, ma coinvolgere ed organizzare ciò che può essere unito.

Alle elezioni europee del 25 maggio scorso, per la prima volta dal 2008, nel campo della sinistra finora detta “radicale” si è assistito a un’inversione di tendenza: tante storie diverse rinunciavano in parte al proprio percorso per tracciarne uno nuovo, ridando credibilità a una proposta politica di sinistra, invertendo la tendenza nel crollo del consenso, ritornando a crescere – seppur solo nelle percentuali – e superando così lo sbarramento elettorale.
La campagna elettorale de L’Altra Europa con Tsipras è stata un’occasione importante di rimescolamento di appartenenze ormai logore e di attivazione di energie che la politica, fino ad allora, aveva mantenuto ai margini. L’analisi dei voti e delle preferenze, città per città e provincia e per provincia, mostrava alcune cose semplici: tanti giovani votavano per la nostra lista (l’8% secondo l’Istituto Cattaneo), molti altri tra i nostri potenziali soggetti di riferimento sceglievano altre strade, tra cui l’astensione, i nostri elettori non si riconoscevano più nelle vecchie distinzioni e volevano essere rappresentati da persone nuove, credibili, non compromesse con i fallimenti di questi anni. Si apriva lo spazio per dare vita a una storia nuova e appassionante. Tali potenzialità sono state soffocate proprio dalla rinuncia a voltare pagina in maniera netta, cedendo a rancori e particolarismi che non ci appartengono. Si è dilapidata l’unitarietà del percorso e prima ancora la fiducia di tanti elettori basata sulla percezione, faticosamente costruita, di essere diversi dagli altri.
L'essere immuni alla becera retorica della rottamazione non può essere l'alibi per non cambiare mai nulla. Serve il coraggio di intraprendere una strada nuova, serve la rinuncia a rendite di posizione ormai esaurite e l’investimento in un processo di vero cambiamento.
In un contesto così complesso non basta soltanto un semplice, pur se inevitabile e urgente, rinnovamento dei gruppi dirigenti della sinistra politica e sociale; serve una  discontinuità vera e evidente. È necessario  edificare una sinistra che sappia fronteggiare in maniera credibile la sfida di cambiare i rapporti di forza, reinventare le parole, organizzare la parte di società che in basso subisce e si impoverisce, contro chi in alto decide e si arricchisce. Non basta una sinistra dei nuovi, serve una sinistra nuova.  Serve che tale rinnovamento riguardi prima di tutto la cultura e il profilo politico, che sia frutto di un processo vero in cui irrompano forze ed energie oggi ridotte a disincantate spettatrici di una sinistra percepita come estranea o inutile.



7. L’alternativa dev’essere radicale

Nella politica polarizzata della crisi economica, non c'è spazio per la moderazione. Posizioni ambigue, contorte e compromissorie, semplicemente non hanno cittadinanza tra i milioni di cittadini delusi e arrabbiati che intendiamo organizzare. Anni di tatticismo esasperato hanno letteralmente sfiancato le persone, che non sanno neanche più come sia fatta una parola chiara, una posizione netta, una proposta comprensibile e riconoscibile.
Non si tratta di urlare più forte, di unirsi all'estremismo parolaio di cui i conservatori Berlusconi e Renzi sono grandi esperti, di partecipare alla “guerra civile simulata” di Grillo e seguaci.

Si tratta di rendere evidente, in ogni occasione e senza la minima possibilità di fraintendimento, la propria diversità rispetto a quel mondo a cui si contrappone e di farlo a partire dalle posizioni, non dai posizionamenti. Più politica, meno politicismo.
Si tratta di portare avanti posizioni innovative e radicalmente alternative rispetto al sistema in disfacimento in cui ci troviamo. Si tratta di avere il coraggio di identificare gli avversari nell'austerity, nella globalizzazione neoliberista, nelle classi dirigenti e nell'élite finanziaria internazionale e di invitare i cittadini a considerarli tali e ad agire, preparandosi “per legittima difesa” a una lotta politica contro ogni forma di povertà e sfruttamento e per la giustizia sociale e la redistribuzione delle ricchezze, una battaglia che non prevede sconti né gentilezze.

La critica del populismo non può diventare paura del popolo, paura di dire le cose come stanno, rinuncia a essere e apparire diversi, non omologati, radicalmente alternativi al sistema contro cui lottiamo. L’attenzione alla complessità e alle sfumature non può diventare l’incapacità di prendere posizioni nette, di parlare la lingua della concretezza, di misurarci con il fango e le miserie della realtà che ci circonda senza imbellettarli.

Nessuno, neanche per sbaglio, deve poterci confondere con quelli a cui ci opponiamo, parlando con noi per strada come guardandoci per mezzo minuto in tv. Dev'essere chiaro che stiamo proponendo un punto di vista completamente diverso rispetto a quello dominante e che siamo in grado di perseguire tali idee fino in fondo.
 

8. L’alternativa dev’essere chiara, comprensibile e credibile

Avevamo e abbiamo ragione sulla critica alla finanziarizzazione dell’economia, sul disastro ambientale, sugli effetti della precarietà sull’occupazione oltre che sulla vita delle persone, sulla necessità di investire in istruzione e innovazione, ma non abbiamo fatto diventare maggioritarie nella società e nel corpo elettorale tali ragioni. Avere ragione non ci basta. La politica non è riducibile alla sola, pur importante, testimonianza delle idee, non è avere ragione, ma essere efficaci nelle battaglie che conduciamo dalla parte della ragione.

Bisogna essere in grado di trasformare un punto di vista in realtà. Se c'è una cosa che sia l'esperienza fatta durante la campagna elettorale per le elezioni europee sia il successo di Podemos in Spagna ci raccontano è questa: se diciamo cose vere, giuste e diverse da ciò che dicono gli altri, in maniera nuova, le persone ci ascoltano; e poi ci domandano come abbiamo intenzione di fare ciò che diciamo, e ci guardano bene in faccia per capire se ce la possiamo fare.
Essere radicali e credibili significa uscire dalla dicotomia per cui o dici cose bellissime ma non sei in grado di realizzarle oppure dici che quelle cose bellissime sono irrealizzabili e ti pieghi alla logica dell'esistente.

Spesso viene evidenziato come tra le forze della sinistra organizzata vi sia una sostanziale identità di vedute. È vero.

Spesso viene evidenziato come le singole posizioni della sinistra e dei movimenti siano proposte ragionevoli, di buon senso, con basi economiche fondate. È vero.

Queste idee sono parte di un'idea complessiva di società, ma anche quando attorno ad esse otteniamo un vasto consenso d'opinione, come nel caso del referendum sull'acqua pubblica, poi ciò non si traduce in un dato elettorale nella contesa per la loro rappresentanza istituzionale. È solo colpa dell'inadeguatezza dei contenitori e delle classi dirigenti? No, non solo.

Spesso i programmi elettorali sono considerati solo un orpello, una sezione di un sito internet, un'informazione per pochi elettori attenti delegata a qualche saggio o dirigente politico. Se le categorie politiche sono svuotate di senso, se tutto è definibile “di sinistra”, allora per trovare senso e consenso serve partire dalla proposta politica e programmatica. Prima ancora di essere “quelli di sinistra” serve essere identificati come “quelli che dicono cose giuste, chiare e realizzabili, nell’interesse dei più deboli e quindi della collettività”.

Siamo dentro una crisi epocale della democrazia rappresentativa. Le istituzioni rappresentative sul piano nazionale ed europeo sono state svilite e svuotate, negli enti locali mancano le risorse necessarie a politiche sociali di base, se il consenso comincia a virare verso le forze di alternativa e se si prova a deviare leggermente dai rigidi dettami neoliberisti interviene il pilota automatico o la violenza della finanza speculativa.
Se il quadro della politica istituzionale e della competizione elettorale è così complesso, allora ciò va comunicato ai cittadini in maniera onesta, indicando loro qual è la via credibile per l’alternativa, in che mondo si intende fare di quelle istituzioni strumenti di cambiamento.
La presenza nel terreno istituzionale può essere oggi anche un potente strumento di amplificazione delle proprie istanze, necessario per affrontare con più frecce nell’arco lo scontro mediatico e pubblico della politica spettacolo in cui i cittadini vengono ridotti a spettatori e la rappresentazione ha soppiantato la rappresentanza.
Un partito degli eletti, dei rappresentanti istituzionali, un partito comitato elettorale, è inutile esattamente come i partiti senza o con pochissimi rappresentanti istituzionali.

Resta imprescindibile l’esigenza di avere in tempi rapidi un luogo composito e comune in cui i rappresentanti istituzionali a qualunque livello mettano in campo pratiche di confronto e co-decisione definite utilizzando democrazia digitale e percorsi di analisi collettiva e assembleare, in cui tutti coloro che si riconoscono nell’esigenza di un movimento politico organizzato per l’alternativa possano confrontarsi sul cammino collettivo da cominciare.

Serve costruire un soggetto generale che organizzi una parte di società per condurre una lotta politica non residuale dentro e fuori le istituzioni, puntando a non “assecondare il verso” come fanno Grillo e Renzi inseguendo il senso comune, ma cambiandolo radicalmente con una vera e propria battaglia per l’egemonia.



9. Cosa si può fare dal basso e cosa dall’alto


Nella frammentazione generale del lavoro e nella disgregazione complessiva della società abbiamo bisogno di un soggetto generale organizzato, un soggetto politico di massa, popolare, democratico, radicalmente alternativo al pensiero egemone, che si ponga l’obiettivo di una lotta per un’idea di società che rompa le catene del neoliberismo, dello sfruttamento e delle disuguaglianze. Non ci basta una sinistra unita, abbiamo bisogno di una sinistra che unisca. Non dobbiamo mettere insieme semplicemente chi prova a condurre tale lotta, dobbiamo richiamare e unire coloro che non ci provano più o non ci hanno mai provato. La battaglia più importante è contro la rassegnazione.

Chiediamo a chi vuole costruire questa alternativa di fare spazio, di allargare i luoghi e i tempi della partecipazione e della decisione rendendoli accoglienti per chi ancora guarda con diffidenza la politica. Al tempo stesso, dobbiamo chiedere alle tante e ai tanti impegnati in importanti percorsi di movimento, sindacato e associazionismo di fare un passo avanti: perché il lavoro quotidiano sul terreno del sociale è fondamentale per resistere alla crisi e alle politiche neoliberiste, ma non è più sufficiente; perché nessuno potrà dare voce a quelle istanze se ciascuno non decide di assumere su di sé il proprio pezzo di responsabilità collettiva.

La trasformazione dei soggetti politici in macchine elettorali più o meno efficaci è sotto gli occhi di tutti. La favola del modello liquido è stata funzionale solo all’ulteriore slittamento dei rapporti di forza a nostro svantaggio. Non bisogna adattare la propria struttura a una società sempre più frammentata; serve invece più organizzazione, organizzazione capace di inserirsi negli interstizi, tra le mille solitudini, adatta alle forme di lavoro e ai tempi di vita della contemporaneità. Dunque un modello organizzato, ma che sia allo stesso tempo solido e plurale, efficace e accessibile  dai singoli, dalle loro competenze, dai loro desideri e dal proprio impegno dentro una forte dimensione collettiva. La nuova sinistra da costruire deve essere realmente un soggetto di massa, popolare, democratico, non eterodiretto o diretto dall’alto, radicato, ed efficace nella propria azione.

Dentro la crisi della rappresentanza, se si intende riconquistare la democrazia bisogna anzitutto praticare la democrazia, non solo nella parvenza e nell’estetica della partecipazione, ma nella pratica quotidiana, nella trasparenza di ogni scelta e nella possibilità per tutti di organizzarsi per cambiarla in un costante processo di codecisione; nei territori come a livello europeo, nelle sedi come nel web, usando appieno tutte le buone prassi di confronto e le più avanzate forme di democrazia digitale. Gli eletti su tutti i livelli dovrebbero mettersi a disposizione fin da subito di processi veri di codecisione, assembleari e sul web. Bisogna però sapere che la partecipazione non è la panacea di tutti i mali. In una società sempre più spoliticizzata non si può solo delegare la scelta a un indistinto corpo di riferimento: bisogna invece formarsi insieme, analizzare insieme, discutere insieme, decidere insieme. A fianco di un processo partecipativo serve una grande iniziativa tesa a ripoliticizzare la società.

Serve avviare da subito una vera e propria Carovana dell’Alternativa, che mettendo in rete competenze individuali e collettive attraversi l'Italia facendo tappa nei luoghi simbolici e reali della crisi e delle vertenze in campo, parlando e raccogliendo contributi tanto dai ricercatori universitari quanto dai passanti in una piazza, dialogando con le forze attive sui territori e mettendole in connessione con chi si impegna sugli stessi temi e direzioni, tanto nelle piazze quanto nelle istituzioni in tutta Europa, raccogliendo l'elaborazione delle reti sociali e di movimento, dei sindacati, dei circoli, di assemblee e di singoli, organizzando la discussione per consentire anche a tutti di partecipare con meccanismi virtuosi di attivazione e mobilitazione.
Da questo percorso di partecipazione – e da quanto di simile è stato già sperimentato – dovrà scaturire l'elaborazione di  un vero e proprio programma d’alternativa, credibile, comprensibile, dirompente, quindi efficace, che getti basi solide per uno spazio pubblico dell’alternativa che non sia solo una lista elettorale per le prossime elezioni politiche.

La Carovana dell’Alternativa dovrebbe utilizzare al meglio gli strumenti della democrazia digitale, su cui e con cui diversi gruppi (da Digitsipras in Italia a Podemos in Spagna) lavorano da tempo. Si potrebbe cominciare rendendo prima possibile operativo, aperto, e accessibile qualcosa di simile a quello che il documento di Human Factor propone come “albo della nuova sinistra” e che noi crediamo non debba essere altro che uno spazio pubblico dell’alternativa, plurale, unificante, democratico e attrattivo, in cui organizzare e condividere un cammino comune, in primis quello della Carovana.

L’iniziativa politica quotidiana si deve sviluppare su tre ambiti di azione: il mutualismo per agire e resistere nel presente, la rappresentanza per cambiare l’immediato futuro, il conflitto sociale e l’organizzazione popolare per costruire il futuro che vogliamo. Non abbiamo bisogno di semplici sedi, ma di luoghi in cui sia possibile coniugare l’attività mutualistica, l’assistenza, il coworking con la produzione e diffusione culturale, con la formazione politica, il lavoro nei quartieri e l’attività politica e istituzionale. Fare come Syriza vuol dire prima di tutto guardare a quel modello di radicamento nella società e sul territorio.  

Individuare l’Europa e il piano internazionale come spazio della lotta politica, porsi sfide ambiziose su temi elevati, non vuol dire certo astrarsi fuori dalle città e rinunciare all’impegno sui territori dove si svolge la vita quotidiana che vogliamo cambiare.



10. Il cammino dei prossimi mesi e lo spazio pubblico dell’alternativa

Tanto la vicenda greca quanto le vicende quotidiane di ciascuno di noi impongono la costruzione di una forza politica all’altezza della sfida. Si tratta di una necessità indiscutibile e urgente. Non è accettabile che il nostro paese non contribuisca alla possibilità di riscatto delle sinistre e dei popoli europei perché bloccato in attendismi, tatticismi e inutili difese di posizioni senza rendite.

Le vicende post-elettorali – acuendo le contraddizioni presenti già dalla nascita della lista –  hanno sensibilmente minato la credibilità del percorso de L'Altra Europa con Tsipras, generando non solo la rottura, di fatto, con Sel, ma anche e soprattutto la diffusa e dolorosa scissione di tanti singoli attivisti e di gruppi più o meno grandi e radicati, che sono tornati a casa alla spicciolata, ancora una volta delusi. A parte rare e fortunate occasioni territoriali, che mantengono una capacità aggregante da non disperdere, i comitati territoriali nati per le Europee sono tornati ad essere luoghi chiusi, spesso avviluppati in un dibattito autoreferenziale e chiuso. Ma non è certo tornando alle appartenenze precedenti che si costruirà qualcosa di migliore. Quel percorso, che mantiene la sua utilità di spazio di proposta e relazione sui temi europei, legata al lavoro della delegazione parlamentare a Bruxelles e di tutta la GUE/ngl,  ha evidentemente perso la sua spinta propulsiva sul piano della costruzione di un soggetto politico di alternativa in Italia.
Questo giudizio non vuol dire che si debbano abbandonare le intuizioni giuste alla base di quel percorso: la scelta del quadro europeo come terreno determinante per la battaglia politica in cui ci troviamo, il superamento delle sovranità dei partiti preesistenti rimescolando le appartenenze. Su questo non si torna indietro, e il fatto che anche chi a maggio sosteneva Schulz ed eleggeva parlamentari nella maggioranza di Juncker oggi riconosca la centralità dell’esempio greco e della costruzione di un’alternativa europea all’austerity deve renderci orgogliosi. Il percorso delle elezioni europee è nato dall’alto, oggi si tratta di facilitare la nascita di un percorso radicalmente differente nel metodo e nelle pratiche, ma simile nelle intuizioni politiche, nella capacità di unire soggetti e aree differenti e nel respiro europeo.

Bisogna perseguire una strada irta di difficoltà, facendo i conti con le macerie di questi anni, consapevoli che l’assenza di grandi movimenti sociali come quelli che a partire dal 15-M hanno creato le condizioni per la nascita di Podemos, comporta uno schema di relazione tra i soggetti esistenti estremamente differente da quel che è accaduto in Spagna. In assenza di un movimento popolare che scavalchi o stravolga le strutture preesistenti, servono scelte politiche nette, per dare vita a uno spazio pubblico che diventi prima possibile soggetto politico.

Nella nascita di questo spazio pubblico dell’alternativa la qualità  del processo politico non può essere evidentemente solo invocata. Così come un processo partecipativo dal basso non si può semplicemente attendere o auspicare: bisogna costruirlo. Per questo serve individuare tempi e metodi chiari, sparigliando le carte su tutti i livelli, mettendo in campo fin da subito una prassi efficace, dalla partecipazione attiva alle mobilitazioni sociali, nell’attività dei rappresentanti istituzionali che condividono tale intento, così come promuovendo campagne tematiche che definiscano da subito i campi di azione sociale e politica; ma senza dubbio serve avviare esplicitamente un percorso aperto e nuovo.

Il fatto che Sel, lanciando l'appuntamento Human Factor per gennaio, si sia fatta carico di avanzare la proposta di una strada nuova per costruire l'alternativa, è un elemento positivo, la cui prospettiva, come per tutte le iniziative di questo tipo, va verificata nei fatti, partecipando al dibattito con contributi di analisi e proposta, proponendo a tutte e tutti di avviare un percorso che sia però realmente aperto. Serve a poco un’iniziativa interessante se non diventa un processo utile.

Pur essendo convinti che l’unità, specialmente se artificiosa e politicista, non sia l’obiettivo da perseguire, crediamo che la competizione tra processi unitari paralleli rischi di essere solo un ostacolo ulteriore per un processo che auspichiamo possa essere non rancoroso, bensì entusiasmante. Troppo a lungo la storia passata di alcuni ha bloccato il futuro di tutti. Troppo a lungo divisioni immotivate, così come unioni forzate, hanno soffocato sul nascere la partecipazione di tante e tanti. Per questo porteremo queste riflessioni in ogni sede di discussione utile, dall'assemblea nazionale dell'Altra Europa a Human Factor, fino alle iniziative di "è possibile", passando per le tante occasioni di confronto sui territori in cui così forte è la domanda di discontinuità e cambiamento.

Non ci sono facili scorciatoie da prendere; siamo in mare aperto, in tempesta. Dobbiamo solcare il mare senza timore, lo faremo con spirito corsaro.

Organizzare una parte di società, costruire una nuova identità per una nuova sinistra, far sì che si possa tornare ad avere fiducia nella politica e dare senso alla parola sinistra, affrontare le sfide europee e globali insieme a tutti coloro che lottano per un altro mondo possibile, cambiare davvero la nostra vita e quella di milioni di persone.
Non è semplice, ma è necessario. L’alternativa di cui abbiamo bisogno non pioverà dal cielo. Dipende da noi.


le attiviste e gli attivisti di ACT! Agire, Costruire, Trasformare.