Renzi stabilizza la precarietà: analisi del decreto Poletti

  • Scritto da ACT!

Il primo decreto promosso dal governo Renzi sui temi del lavoro va nella direzione opposta ai tanti annunci fatti in questi mesi dall’ex sindaco di Firenze. Questa volta non siamo davanti a una manciata di slide, o annunci elettorali – chi potrà mai dimenticare le uscite di Renzi ai tempi delle primarie contro la precarietà e le larghe intese – ma di un decreto, dunque di una norma già operativa (pubblicata in Gazzetta Ufficiale), che inciderà sulla vita di milioni di lavoratori precari e giovani disoccupati.

La pubblicazione del decreto legge sul lavoro, che include parte delle disposizioni annunciate nel Jobs Act del governo Renzi, conferma e realizza la volontà – portata avanti in questi anni da tutti i governi – di rendere stabile la precarietà, come condizione necessaria, e finora millantata come anche sufficiente, per il rilancio dell’occupazione in Italia.

Pessime notizie dunque, dato che il testo approvato tende a rendere ancora più elastico e flessibile l’utilizzo dei contratti a termine senza però introdurre nulla di nuovo sul fronte delle tutele, anzi eliminando le poche esistenti.

Per quel che riguarda i contratti a termine viene innanzitutto estesa, da un anno (come da riforma Fornero) a tre, la possibilità di proroga di questo tipo di contratti. Viene inoltre esclusa la clausola di causalità che poneva in principio (legge 230/1962, sostituta negli anni dalla legge 223/1991 e successive) il contratto a termine come una tipologia di rapporto eccezionale, che richiedeva una causa oggettiva che giustificasse la scelta di un contratto a termine piuttosto che di uno a tempo indeterminato. Si poteva quindi fare ricorso al contratto a termine nel casi di sostituzione di lavoratori assenti con diritto alla conservazione del posto, attività stagionali, esecuzione di un’opera o un servizio definito e predeterminato nel tempo e avente carattere eccezionale, lavorazioni a fasi successive limitatamente a fasi complementari normalmente non effettuate. 

Se finora quindi il contratto a termine era solo nei fatti la regola, soprattutto per i giovani, adesso lo sarà anche formalmente e protetto da una legge dello Stato (che dovrà comunque essere convertita dal Parlamento entro 60 giorni).

La corsa a una maggiore precarizzazione del lavoro a tempo determinato deriva anche, se non soprattutto, dalla possibilità per il datore di lavoro di rinnovare, all’interno della stessa attività lavorativa, ben otto volte il contratto a termine nei primi tre anni. In sostanza è come se si introducesse il principio per cui il contratto a termine – prorogabile per un massimo di 36 mesi senza nessuna causale specifica e per un massimo di otto volte – non è altro che un periodo di prova esteso fino a tre anni, dove si eliminano tutte le forme di tutele (poche per la verità) attualmente previste e il contratto può essere rescisso unilateralmente dal datore di lavoro (o portato ad una delle otto scadenze che la legge prevede). Facendo un esempio concreto: se si immagina un periodo massimo di 36 mesi, un lavoratore potrà avere fino a otto contratti di lavoro con la stessa impresa, l’uno di seguito all’altro per un massimo di quattro mesi. In questo periodo non potrà: avere accesso alla maternità, esercitare gran parte dei diritti sindacali sanciti dalla nostra carta costituzionale, avere un regime di contribuzione pensionistica uguale ai suoi colleghi. Potrà invece essere licenziato senza nessun tipo di vincolo per il datore di lavoro. Alla fine dei tre anni, nessun obbligo di assunzione vincola il datore di lavoro, che potrà benissimo prendere un altro precario e ricominciare daccapo, e quello di prima? Magari si sentirà dire: grazie per il lavoro svolto, ma non ci sono le condizioni per assumerla...

Un regime di questo tipo, più che favorire gli investimenti delle imprese, sembra essere mirato a rendere ancora più ricattabili e precari i lavoratori, che per tre anni dovranno sottostare ad una disciplina aziendale senza nessun regime di tutela, un fatto inedito per qualsiasi civiltà occidentale.

Tuttavia, il Ministro Poletti si premura di indicare che le imprese possono impiegare lavoratori con contratti a termine solo nel limite del 20 per cento della forza lavoro occupata, a meno che non si tratti di micro imprese, ovvero quelle con meno di cinque dipendenti. Considerando il tessuto produttivo italiano, dove le piccole imprese con meno di 10 dipendenti costituiscono il 95% dell’imprenditoria (dati Istat), è facile constatare che il contratto a tempo determinato potrà essere utilizzato dalla stragrande maggioranza delle imprese nostrane. Ma il nuovo premier riesce anche a fare di più – svelando tutto il suo sostegno a una visione che va ormai persino oltre il liberismo di sinistra – sostenendo che negli ultimi vent’anni la flessibilità nel mondo del lavoro non ha creato precarietà (qui il video).

Purtroppo i fatti sono pronti a smentirlo. Un recente studio della Commissione Europea,Employment and social situation in Europe, mostra che tra i lavoratori considerati poveri in Europa, il 24 per cento ha contratti a tempo determinato, mentre tra i non poveri (ma occupati) soltanto il 12 per cento fa parte della categoria dei lavoratori a termine.

Tuttavia, Renzi si dà ancora, ma invano, una possibilità, sorpassando di gran lunga a destra anche la riforma Fornero, nella convinzione che la flessibilità nel mercato del lavoro crei occupazione. Ecco la nuova dottrina che l’economista Brancaccio, in un’intervista all’Espresso, ha definito ironicamente della “precarietà espansiva”. Ha ancor più ragione l’economista eterodosso (e anche molto marxista) a ironizzare sul nuovo mantra puramente ideologico del governo Renzi, quando quest’ultimo indica i provvedimenti sul lavoro come la via per la ripresa economica, quindi per la tanto millantata crescita.

Infatti, non ci stancheremo mai di dirlo, la ripresa e la crescita dell’occupazione possono avvenire soltanto tramite un aumento della domanda aggregata, quindi della spesa pubblica o privata (sia in consumi che investimenti), che sproni e incentivi le imprese a ricominciare a produrre e, quindi, a creare occupazione. Ritenere al contrario, come fa, perseverando, il governo, che la ripresa possa avvenire tramite un aumento della competitività da rilanciare riducendo il costo del lavoro, non fa altro che perpetrare l’idea – ormai smentita dalla Storia – che l’Italia, così come l’Europa, possano crescere e rimanere unite in un progetto sociale attraverso una visione mercantilistica dell’economia, trainata dalle esportazioni verso il resto del mondo.

Ma le disgrazie non arrivano mai da sole. Sempre sulla scia di una maggiore precarizzazione e di un annullamento delle tutele si inseriscono le modifiche apportate al contratto di apprendistato, di fatto liberalizzato, cioè svincolato dalla sua funzione formativa, e dunque dalla sua funzione originaria. Nel testo approvato si legge infatti che per formalizzare il rapporto di lavoro basterà solo mettere per iscritto il contratto e il patto di prova e non anche la formazione. Le motivazioni fornite dal governo fanno acqua da tutte le parti: dichiarano in merito che tutto questo sia utile per la semplificazione dei contratti di apprendistato, mentre è palese che si sta procedendo allo sfaldamento del rapporto formazione-lavoro e quindi del vincolo per le imprese di considerare la formazione come input necessario all’inserimento nel mondo del lavoro. Il vincolo della formazione è anche l’unico motivo che ha permesso alle imprese di accedere a cospicui incentivi fiscali per l’utilizzo di questa tipologia contrattuale. Questo vincolo scompare nella nuova formulazione, al pari della necessità di individuare un rapporto tra l’assunzione di apprendisti con l’organico dell’unità produttiva, e con gli apprendisti precedentemente assunti a tempo indeterminato.

Dulcis in fundo, il nostro governo sembra davvero fare il filo a quello tedesco – che perpetra da anni una svalutazione effettiva del lavoro e dei salari – imponendo di fatto un salario d’ingresso pari al 35% (fino a ieri pari all’85%) delle ore effettivamente lavorate e di quelle svolte in formazione, indipendentemente dalla mansione svolta e/o dal settore industriale in cui è occupato. Spetterà alla contrattazione collettiva definire la base su cui tale 35% sarà da oggi calcolato; il rischio è che il contratto di apprendistato diventi una gabbia salariale e un’ulteriore forma precarizzante.

#Maiunagioia, per dirla con un hashtag, neppure guardando alla legge delega – di cui però al momento non v’è ancora traccia del testo – proposta con l’obiettivo (ambizioso) di riformare l’intero regime di contrattazione e di arrivare entro sei mesi, come dichiarato dal Ministro Poletti, a un nuovo Codice Unico delle leggi in materia di diritto del lavoro. La legge delega sembra toccare temi cruciali per la vita dei lavoratori e dei disoccupati italiani, in un Paese dove la disoccupazione giovanile continua a crescere (42,6% nel 2013) e la nuove forme di povertà toccano fasce sempre più rilevanti della popolazione (circa 10 milioni di persone tra precari, cassintegrati, disoccupati e pensioni minime). Riforma degli ammortizzatori sociali, interventi sulle politiche attive del lavoro, riorganizzazione delle competenze tra i diversi organismi dello Stato (dopo il caos creato dalla riforma del Titolo V): sono questi i principali titoli oggetto della delega che rimbalzano sulle agenzie di stampa, temi su cui torneremo con maggiore precisione quando saranno più precise le informazioni a nostra disposizione.

Una cosa però è importante dirla sin da subito: troppe volte, come fatto anche da Renzi nelle sue uscite a mezzo stampa, si è creata un’inutile contrapposizione tra l’esigenza di un sostegno al reddito di natura universale e la necessità di riformare gli attuali ammortizzatori sociali esistenti. Il rischio, concreto alla luce delle prime proposte, sembra quello di creare una grande campagna di immagine e comunicazione con l’obiettivo di sostenere l’introduzione di strumenti universali di reddito e poi nella realtà non vederne traccia. Ciò succedeva meno di due anni fa, quando il Ministro Fornero, dietro le sue lacrime di coccodrillo, annunciava a reti unificate l’introduzione di uno strumento fatto passare per universale (Aspi e miniAspi), che in realtà non teneva conto di tutto il mondo dei lavoratori parasubordinati (i precari) e delle partite IVA. Con Renzi è come se rivedessimo lo stesso film: da un lato si propone di rivedere tutto il regime della cassa integrazione ordinaria e straordinaria (che a differenza di quella in deroga è pagata dai lavoratori e dalle imprese) e dall’altro non si propone nessun sostegno universale al reddito (come ad esempio il reddito minimo garantito che le stesse istituzioni europee ci chiedono di adottare da anni).

Su questi temi, cioè sulla pelle e sulla disperazione di milioni di persone, c’è poco da scherzare. Invece di tagliare e/o modificare gli ammortizzatori esistenti – che di fatto hanno permesso di reggere in parte l’urto dei licenziamenti in questi tempi di crisi – sarebbe molto più utile integrare questi ultimi con un reddito minimo garantito necessario per rendere realmente universale il nostro sistema di welfare, garantire autonomia e libertà di chi studia e lavora, sostegno economico a chi oggi è disoccupato o inoccupato, e redistribuire una quota parte di ricchezza necessaria per rilanciare i consumi e dunque la nostra disastrata economia. L’impressione di chi scrive, purtroppo, è che si vada verso l’ennesimo provvedimento spot che annuncia una riforma universale degli ammortizzatori, un potenziamento delle politiche attive e passive del lavoro (non si capisce come visto che la delega sembra parli di saldo invariato, quindi di nessun investimento!), e invece si attacchino alcuni istituti necessari per l’assetto sociale e economico del nostro paese (come in questi anni di crisi è stata la CIG, anche per favorire i processi di ristrutturazione industriale...) mentre allo stesso tempo si prova a fare un po’ di elemosina di ultima istanza, facendola passare per una riforma universale del welfare.

Oggi abbiamo una grande opportunità di mobilitazione, che auspica la collaborazione e sensibilità dei sindacati di sinistra, ed è quella che ci offre uno degli ultimi baluardi della democrazia occidentale, il diritto di voto alle elezioni del Parlamento Europeo del prossimo 25 maggio scegliendo L’Altra Europa con Tsipras, con cui chiediamo non soltanto misure temporanee di sostegno al reddito quali l’istituzione a livello europeo del reddito minimo garantito attraverso una Maastricht del reddito – ovvero il vincolo del 3 per cento del PIL nazionale da destinare a misure volte all’inclusione sociale – ma soprattutto una politica espansiva dei salari a livello europeo attraverso un salario minimo che equipari – anche in termini contributivi – lavoratori atipici e a tempo determinato con i colleghi con contratto standard.